sabato 28 aprile 2012
sabato 21 aprile 2012
Genio della forma e del colore
Era un piacere andare a trovarlo in via Lumache, una casa che era un ex mulino, a fianco di un torrente che scende dal Sasso del Ferro, immersa nel silenzio con il sottofondo quasi musicale dello scorrere delle acque; con le piogge oggi quasi tropicali diventa poi cattivo ed esuberante gli argini, alza la voce con rumore assordante. La sua casa è un po’ difficile da raggiungere in auto, infatti dovevo sostare con l’auto un po’ in giù in via Tinelli e fare l’ultimo tratto in salita a piedi. Nel suo studio vi si godeva una grande pace ed un grande silenzio.
Ero in contatto attraverso la dolce moglie Vittoria con il centro emofilia di Milano e aveva sempre a sua disposizione in caso di emorragia la fiala del fattore VIII. Scoperse di essere emofilico a circa quarant’anni quando andò in pericolo di vita per una emorragia interna di cui non si conosceva la causa. Le numerose trasfusioni, se gli salvarono la vita nell’immediato, causarono un’epatite cronica C che sfociò poi in cirrosi e fu la causa del suo decesso.
Negli ultimi due anni di vita, nonostante la sofferenza, era sempre al lavoro, seduto al tavolo con le tempere, il pennello ed il righello in mano ed una grande lente d’ingrandimento. Non l’ho mai sentito lamentarsi, anche quando di notte aveva delle crisi respiratorie, al mattino mi diceva che gli era mancato un po’ il respiro. Ho potuto curarlo a casa grazie alle amorevoli cure di Vittoria che gli somministrava puntualmente le medicine e lo manteneva ad una dieta particolare. Non poteva aver incontrato una moglie migliore. A lei va tutta la mia ammirazione.
Cornelio ha lavorato sino al sabato, domenica come il Signore al termine della creazione riposò, stette tutto il giorno a letto perché era stanco e lunedì mattina rese l’anima a Dio non dopo aver ricevuto il sacramento della Sacra Estrema Unzione. Negli ultimi anni lavorava in continuazione dipingendo un’infinità di quadri di arte definita astratta. Ogni quadro lo impegnava una o due settimane in un lavoro di estrema precisione, alcune anche un mese, per sei otto ore giornaliere.
Nelle frequenti visite, mi fermavo volentieri a chiacchierare un po’ con lui e diventammo amici per reciproca stima. Mi raccontava che dopo il Liceo Artistico frequentò a Milano l’Accademia di Brera. In seguito venne assunto in Ceramica a Laveno con mansioni di disegnatore artistico e tecnico. Inoltre, a Laveno, era assistente di Mario Aubel alla Scuola Serale di Disegno, e insegnava alla Scuola di Ceramica con Ambrogio Nicolini e, infine, ormai in pensione dal 1982 per tredici anni, alla Scuola del Centro Sociale Educativo per disabili. Verso i quarant’anni dopo essere passato da tutte le esperienze pittoriche e artistiche, sia come ceramista sia come incisore e disegnatore, avvenne una radicale trasformazione: passò dall’arte figurativa all’arte astratta. Collaborò con mia moglie Alma allora Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Laveno che istituì il centro handicappati diurno, prestandovi la sua opera di artista come volontario. Anche questa scelta era in linea con la suo genio artistico che lo portava a considerare gli handicappati delle personalità con genialità inespresse e latenti.
Cornelio disegnava dei motivi artistici che i ragazzi portatori di handicap rappresentavano dipingendo su tappeti che poi venivano messi in vendita in una mostra a fine anno. Mi diceva che era un’attività che gli dava moltissima soddisfazione, credo per il suo animo molto generoso e per la sua intrinseca religiosità che emanava dalle sue opere artistiche, e perché i ragazzi rimanevano entusiasti di quanto belle fossero le loro opere rappresentate nella copia dei suoi disegni. Infatti la sua pittura astratta con motivi geometrici e pieni di colori con ripetizione ritmica di figure geometriche rimanda a un mondo spirituale al di là della realtà, dentro l’infinito determinato della geometria e della matematica, nell’armonia creativa ridondante dei vari motivi dei vivaci colori in cui prevalgono il rosso, l’arancio, il giallo in contrasto con le tracce geometriche del nero.
Ma quello che più ammiravo in lui era la estrema libertà creativa della pittura. Stabiliva delle geometrie, da cui se ne sviluppavano altre con altri colori. Cornelio inoltre era distaccato da interessi economici ed umani, non faceva mostre, benché richieste “perché non servivano”, non intitolava le opere “perché ognuno interpretava ciò che voleva”. Ha rifiutato offerte milionarie di aziende tessili che volevano impiegare i suo disegni per foulard e cravatte di seta. Ha rifiutato mostre di galleristi famosi, preferendo una vita essenziale alla ricchezza. Esistevano le sue opere come un’emanazione del suo spirito illuminato dalla luce di Dio che faceva della sua arte un’espressione della libertà, creatività, bellezza ed armonia infinita di Dio, svincolate totalmente dai limiti dell’umanità. Non si preoccupava di esibirle, non ci pensava nemmeno perché era sempre al lavoro di artista creatore di nuovi disegni con colori in nuove forme geometriche, replicate in formule matematiche indecifrabili a mente umana. Cosa voleva comunicarci? Me lo sono spesso domandato, credo che la risposta sia che voleva comunicarci semplicemente l’infinita creatività, armonia e bellezza di Dio. Ma perché durante la vita nessuno ha voluto scoprirlo e renderlo famoso facendolo conoscere a tutta l’umanità? Credo perché nessuno era umile come lui, e nessuno era vicino a Dio come lui. Mi vengono alla mente le parole del Magnificat: “esaltò gli umili e disperse i superbi”. Credo che queste mie riflessioni non siano che l’esaltazione del suo grande umile genio.
Pertanto definirei Cornelio un genio della forma e del colore. Ringrazio il Signore di averlo potuto curare e potuto conoscere la sua arte e di avere due suoi quadri nella sala d’attesa del mio Poliambulatorio, dove credo i pazienti, guardando i suoi quadri, possano trarre pace e serenità per i gravi o meno gravi problemi di salute che li affliggono. Meriterebbe una mostra permanente perché ritengo le sue opere patrimonio dell’umanità intera.
venerdì 13 aprile 2012
lunedì 9 aprile 2012
REPORT GULU MISSIONARIES COMBONI JULY 2011
Dedicato
ad Alma, che tantomi
ha reso felice in vitae
ora in Paradiso mi ama di un amore infinitamente più grande:l’Amore
infinito e puro di Dio.
COMBONI MISSIONARIES LAYIBIP.O. BOX 777 - GULU (UGANDA)TEL. +256-772-460502
Arrivato a Entebbe con airbus della Bruxell Airlines sabato sera alle ventidue ore locali, puntuali come previsto (bisogna portare avanti l’orologio di un’ora rispetto all’Italia). Durante il viaggio aereo di dodici ore con cambio e breve sosta a Bruxell il mattino, ho riposato un pò, ma soprattutto ho pregato la preghiera di Nostro Signore e ho letto e meditato gli scritti di Silvano del Monte Athos sull’ascesi spirituale alla contemplazione di Dio. La persona che mi ha accolto con tanta cortesia in aeroporto a Entebbe esibendo un grande cartello con il mio nome e cognome mi ha facilitato il rilascio del visto di tre mesi previo pagamento di 50 dollari, superando una lunga coda e mi ha portato ad un taxi per condurmi alla Missione Comboniana di Kampala.
Qui sulla strada dove la guida è inglese, sulla sinistra, ho avuto il primo shock dovuto alla visione di una densa cortina fumogena dell’intensissimo traffico sulla strada a due corsie: erano le emissioni di gas di moto, auto e camion tutti mezzi obsoleti, letteralmente nere, creando un’aria irrespirabile. Sono le nostre vecchie auto e camion dismesse dieci, quindici venti anni fa in Europa e importate senza alcun criterio di revisione, non essendoci qui nessuna norma che regola l’emissione dei gas di scarico. I nostri limiti di emissioni euro quattro, euro cinque, sembrano di un altro mondo, eppure l’inquinamento altissimo di queste grandi città africane ricade poi come pioggia acida, e polvere nera sul nostro continente europeo, lo testimoniano i filtri neri della mia piscina che ricambio dopo una giornata di pioggia.
Alla Missione Comboniana di Kampala sono stato ospitato in una semplice ed essenziale camera, ma con bagno e doccia e zanzariere. Ho conosciuto il padre provveditore, era molto stanco per il super lavoro della gestione economica di 132 distretti, era costretto a lavorare sabato e domenica, mi ha spiegato che qui non usano gli assegni e le carte di credito, per cui tutti gli scambi avvengono in moneta cartacea, il che complica molto il suo lavoro contabile. Il mattino ho partecipato alle sette alla Messa domenicale accompagnata da numerosi canti delle suore presenti, prima di partire per Gulu con due “brother” Lawrence e Charles della Missione di Gulu su una Land Rover.
Un viaggio di quattro ore per circa 350 Km, su una strada sempre diritta, diretta al nord, larga e ben tenuta per i primi 150 km, poi stretta e pericolosa per l’ultimo tratto, frequentatissima da tir diretti in Sud Sudan ora indipendente, auto, moto che sfrecciano veloci e si superano con poco margine di sicurezza, inoltre a rendere la guida ancora più pericolosa ai lati ci sono molti pedoni e bici con carichi ingombranti. Abbiamo incontrato cinque posti di blocco della polizia stradale e a ognuno bisognava lasciare un pedaggio, mi hanno detto che usa cosi perchè gli stipendi del governo sono miseri. A un certo punto abbiamo attraversato il grande Nilo con le sue maestose rapide visibili in questo tratto. Siamo nella stagione delle piogge e le temperature non sono elevate né è elevata l’escursione termica notturna, ma c’è molta umidità si passa dai ventisei ventiquattro gradi di giorno ai venti gradi di notte, tutti i giorni o quasi si scatenano dei temporali violentissimi con tuoni e fulmini a volte paurosi che con la pioggia torrentizia rende questa terra rossa molto fertile.
Durante la visita all’ospedale di Lacor a Gulu ho visitato un reparto chiamato “Burns” dedicato alla cura di grandi ustionati per fulmini dove erano ricoverati diversi pazienti. La missione di Gulu è un’oasi di verde, di pace e di silenzio. Quello che colpisce qui è che si trova solo l’essenziale e pur non mancando nulla, non esiste il superfluo. Però tutto è molto in ordine, i giardini sono belli per numerose piante fiorite e i prati come quelli inglesi, sono molto curati. Così all’arrivo si riceve un indiretto segno della presenza di Dio che è l’ordine e la bellezza dei giardini e l’armonia delle costruzioni semplici tutte ad un piano con porticati. Inoltre vi sono molti alberi da frutta tropicale e coltivazioni di fagioli e granoturco che cresce molto rigoglioso perchè qui la terra è molto fertile e sono possibili due raccolti l’anno. La missione ospita una scuola professionale per falegnami e meccanici, la tipografia di Larem e una struttura di ospitalità per visitatori, per corsi di formazione ed esercizi spirituali oltre che la dipendenza di Larem con la cappella ed il piccolo refettorio, dove sono alloggiato anch’io. Per me Larem ha trovato una sistemazione vicino alla sua camera, una bella e spaziosa stanza con zanzariere sul letto e alle finestre e mi tratta con tutti gli onori, che non merito, ha dato disposizioni in cucina di cucinare secondo la nostra cucina italiana con primo e secondo, ed è tutto ottimo. Le verdure sono molto più saporite delle nostre, ne sono servite sempre tre di qualità diversa. Inoltre la frutta è buonissima dall’ananas al mango, dalle papaie alle banane che qui crescono in abbondanza, mangerei solo quella.
Il fratello di Larem, Berto un uomo eccezionale per forza e carattere, già esperto muratore edile, in pensione, viene tutti gli anni per tre quattro mesi per costruire ciò di cui la missione ha bisogno e qui gli abitanti non sono in grado di fare senza un capomastro, così un anno ha costruito un forno a legna con i refrattari per cuocere un ottimo pane e volendo delle pizze (se ci fosse la disponibilità di personale pratico si potrebbe anche produrne per la popolazione che ne va ghiotta), un altro anno ha costruito le celle frigorifere per la conservazione delle carni, un’altro ancora ha portato i semi dei fagioli Borlotti e ne ha fatto una piantagione e poi li ha distribuiti anche ai contadini del luogo come nuova risorsa alimentare, un altro anno ha costruito il muro di recinzione dell’abitazione di Larem in seguito all’omicidio da parte di un ugandese di un padre missionario dopo che era stato da una maga che gli aveva ordinato per togliere il malocchio di uccidere un Padre bianco, un altro anno ancora la cappella di un enorme crocefisso scolpito interamente in legno alto sette metri.Al mattino, dopo la Messa delle sei e trenta facciamo colazione e poi vado a fare una passeggiata di circa un’ora.
Lunedì sono stato a Gulu a piedi circa otto Km andare e otto a tornare, poi ho dormito quasi tutto il giorno e cosi anche martedì e mercoledì. Mi è uscita tutta la stanchezza accumulata in questi mesi di vita “solitaria”, dalla partenza di Alma per il Paradiso, con un grande desiderio di dormire, oltretutto ero abituato a cinque, sei caffè il giorno mentre qui usano caffè decaffeinato, o ugandese che non è come il nostro e devo essere andato anche in astinenza di caffeina. Ora mi sto riprendendo. Ho dovuto sospendere il Malarone per la profilassi malarica perchè mi causava forti vertigini ed insonnia com’è scritto nel bugiardino, ed ho ascoltato il consiglio di Larem di usare alla sera e al mattino un forte repellente di zanzare che si chiama Autan Tropicale, il migliore in commercio, e di spruzzarlo sulle caviglie, sulle mani e braccia, e sul collo, come usa fare lui stesso senza alcuna profilassi. Inoltre nella missione vi sono una grande igiene e pulizia con detergenti antibatterici, soprattutto nei bagni. La missione è dotata di un potente generatore di corrente diesel con inverter che scatta automaticamente quando manca l’energia elettrica che purtroppo spesso va e viene nei momenti più imprevisti.Larem mi ha fatto visitare tutta la missione molto vasta e soprattutto la tipografia costruita e messa in funzione da lui.
Nel duemila se ricordo bene, lo aiutai a raccogliere dei fondi per acquistare una grande Heidelberg usata ma funzionante. Disegnai anche un sito su internet intitolato operazione Heidelberg per raccogliere i diciottomila euro necessari, è ancora attivo all’indirizzo http:\\www.padrelarem.org. La tipografia si sostener come attività produttiva e da lavoro a diversi operai, svolge un ruolo cardine nell’evangelizzazione per la diffusione della stampa cattolica in lingua acholi la lingua ugandese del nord. Serve anche per la stampa di numerose altre pubblicazioni necessarie alle attività produttive e commerciali e ai servizi come la stampa delle cartelle cliniche per l’ospedale di Lacor e libri per le scuole statali. Veramente non ha nulla da invidiare alle nostre tipografie italiane. Padre Larem vive lo spirito missionario di Comboni, che consiste in “evangelizzazione e promozione umana”. Ecco la tipografia è promozione umana come la costruzione di pozzi per l’acqua potabile, il sostenere le rette per la scuola delle famiglie bisognose è promozione umana, avviare delle attività agricole è promozione umana, costruire scuole, dispensari, ospedali è promozione umana.
Mentre Larem opera l’evangelizzazione attraverso i corsi dei numerosi catechisti che preparano ai sacramenti del Battesimo, Cresima, Confessione, Comunione e Matrimonio e nelle celebrazioni eucaristiche come nell’incontro con la popolazione che lo ama proprio come “Larem”, “Amico” cui propone il messaggio evangelico con la forza dello Spirito Santo. Inoltre si occupa di tutti gli svariati problemi per il bene della sua gente cui trasmette tutto il suo amore per Cristo. Sa discernere il vero bisognoso da chi invece vuole approfittare della sua generosità per non lavorare. Poi deve anche amministrare la missione, che appesantisce il suo lavoro, ma anche questa è un’attività necessaria e i “brothers” non hanno la capacità di compiere.Ho molto tempo per pregare nella vicina cappella davanti al Signore e di meditare il libro che mi sono portato degli scritti di S. Silvano del Monte Athos per chiedere al Signore l’esichia, è la preghiera del cuore senza intermissione, di Nostro Signore: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. E l’esicasmo è “la contemplazione di Dio, che si manifesta nella Luce e come Luce. La luce divina è l’energia increata. L’uomo viene rapito in un altro mondo con una tale potenza e delicatezza, al medesimo tempo, che non percepisce neanche il momento in cui è avvenuto e non sa se egli è nel corpo o fuori dal suo corpo, … talmente è sommerso dalla dolcezza dell’amore divino, dimentica sé stesso e il mondo.”
Leggendo S. Silvano del Monte Athos ho scoperto che il suo percorso, con la preghiera del cuore e “mantenendo l’anima agli inferi senza disperare” l’ha condotto alla visione di Dio e per me è stata questa una scoperta molto importante, una rivelazione meravigliosa, mi ha aperto infiniti orizzonti di amore, pace e gioia. Non so se potrò avere la visione di Dio già su questa terra come S. Silvano dopo anni di preghiera in un convento, anzi è quasi impossibile, perchè è ormai per me tardi. La desidero sopra ogni cosa e questo desiderio arde nel mio cuore senza mai estinguersi per l’amore che mi ha donato Alma alla sua partenza per il Paradiso. Sto cercando di vivere gli insegnamenti dello Staretz Silvano, non penso certo di diventare monaco per la ricerca della visione di Dio, ma di vivere nel mondo come semplice cristiano, in profonda umiltà, libero dalle passioni, con il suo spirito e chiedo al Signore la grazia di poterlo vedere, forte della fede che “qualunque cosa chiederete nel mio nome al Padre ve la concederà”, non importa se qui o dopo la mia morte. Gli insegnamenti di S. Silvano del Monte Athos per raggiungere l’esicasmo sono semplici e categorici: prega incessantemente la preghiera di Nostro Signore, mantieniti umile “mantieni il tuo spirito agli inferi e non disperare” e ama prima di tutto i tuoi nemici e prega per loro e per la salvezza di tutta l’umanità.
Ho solo questa volontà che da quando Alma è in Cielo, ho il desiderio di vedere Dio ed in Dio Lei stessa trasfigurata dal suo amore qui o dopo la mia morte, non importa, ma presto. Già nel sacramento della Comunione ricevendo il Corpo di Cristo in cui Alma è una cosa sola, vivo un momento di intense unità con Lei, e sento tutto il suo amore spirituale ora diventato infinitamente più grande e puro, che mi consola della sua privazione.Credo che stare qui quindici giorni in solitudine e assoluto silenzio, fuori dal mondo, in preghiera e meditazione intervallate da lunghe passeggiate nella savana lungo i rossi sentieri dei contadini sia per il mio spirito un’occasione unica di incontrarmi con il Signore e salire verso la strada della sua visione. Credo anche di incontrarlo nei poveri dei villaggi che visito, nei malati dell’ospedale di Lacor di Gulu, e tra la gente che incontro e soprattutto nella piccola comunità missionaria dove sono ospitato come loro fratello.
Per questo alterno un pò la cronaca di questo reportage tra la mia esperienza spirituale e l’esperienza nuova di conoscere un popolo mite ed umile, ancora primitivo e vergine, remissivo, forse privo di intraprendenza. Per loro la vita non ha alcun significato tanto sono direi quasi geneticamente rassegnati da secoli e secoli alla morte e alle malattie, alle epidemie e carestie, alla siccità e alle alluvioni, quando non alle guerre e guerriglie e allo sfruttamento coloniale. Sono stati tutti battezzati e hanno ricevuto anche la Confessione, la Comunione e la Cresima, ma la fede per ora stenta ad avere il sopravvento su una tradizione di secoli atavica, salvo non poche eccezioni. Questo popolo acholi segue ancora i ritmi della natura anche nella propria vita familiare, pur sposati molti hanno liberamente rapporti tra uomini e donne, procreando senza alcuna pianificazione. Seguono l’istinto che sentono in sé come qualcosa di naturale, con la conseguenza che ha portato la percentuale dei sieropositivi all’aids quasi la totalità dei giovani adulti, uomini e donne con conseguenze disastrose sulla sopravvivenza media della vita, in quanto il governo fornisce i farmaci antivirali solo ad una elevata soglia di anticorpi. Pur sapendo della pericolosità di avere rapporti non protetti rifiutano i preservativi dati gratuitamente loro dalle varie organizzazione per la lotta all’Aids, soprattutto le donne acholi perchè non porta loro il piacere del rapporto diretto e lo considerano un artefatto contro natura e la natura dei loro organi genitali finalizzati alla procreazione, alla fertilità. Avere tanti bambini è essenziale alla donna acholi per vivere il proprio ruolo innato di dare la vita e secondo la loro natura da secoli e secoli, per tale ragione sono spesso le donne che cercano gli uomini per essere messe incinta.
Avere tanti bambini è tra gli acholi diventare socialmente importanti. Così si assiste alla realtà che l’Aids è in diminuzione proprio dove i missionari hanno inculcato nei giovani col sacramento del matrimonio anche la fedeltà coniugale e l’astinenza periodica.La visita di Gulu è stata un’altra sorpresa per il traffico intensissimo di bici e moto, rare le auto, e di numerosissimi giovani che animano la vita del centro cittadino, pochi gli anziani forse per la ridotta aspettativa di vita. Al contrario di Laveno e dei nostri paesi, che brulica di pensionati, che aspettano la fine della giornata nel commento delle cronache e notizie locali che passando di bocca in bocca e diventano poi surreali secondo quanto suggerisce poi la fantasia di ciascuno, in riva al lago appoggiati tutti alla sbarra (ringhiera d’argine della sponda del Lago Maggiore), in compagnia di gabbiani tutti in fila sulla passerella del porto. Le mie vacanze nella missione di Gulu ad esempio sono diventate la partenza per diventare medico missionario essendo peraltro in età pensionabile, così devo rispondere che continuo la mia missione di medico a Laveno fino al massimo dell’età pensionabile cioè al compimento del 70° anno di età ai pazienti che mi chiedono di restare e non andarmene tanto mi erano e sono affezionati, concedendomi il Signore la salute.Invece qui anche se sempre in movimento, tutti sembrano tranquilli e sereni, non si vede nessuno che patisce la fame, né ci sono sciami di ragazzini che tendono la mano per la carità per qualche scellino o qualche caramella o qualche penna biro.
Tutti vanno a scuola almeno sino alle elementari e le medie. Mi ha colpito il brulichio di attività commerciali con piccoli mercatini diffusi ovunque che espongono la merce più svariata e attività artigianali dalle piccole falegnamerie e carpenterie, alla semplice attività di riparatori di bici e di moto, i mezzi di trasporto qui più diffusi. Tutti sembrano lavorare con calma, non certamente con i nostri ritmi, ma si vede che sono lentamente avviati allo sviluppo economico e c’è il desiderio di lavorare. Questo è stato possibile con la pace di pochi anni orsono che ha messo termine ad una cruenta guerriglia trentennale che imperversava nel nord Uganda da cui la popolazione era fuggita in massa per poi tornare appunto quando è giunta la pace a far rivivere questa regione.Ieri pomeriggio siamo stati a visitare l’Ospedale Comboniano per i malati di Aids e poi alcuni villaggi. E’ stata una esperienza unica e forte, professionalmente conoscevo la malattia e l’ho anche curata negli anni ottanta a domicilio quando all’inizio non esisteva la triplice terapia antivirale, e si moriva in casa dimessi dall’ospedale. Vedere tanti ammalati in stato avanzato della malattia quando la terapia è stata data tardivamente e quando è molto frequentemente associata la TBC, che qui è endemica e contagia facilmente i pazienti immunodepressi come quelli affetti da Aids, mi ha veramente impressionato. L’ospedale è stato costruito da una suora medico comboniana con aiuti di diverse onlus e varie donazioni. I malati sono curati molto bene da questa dottoressa affiancata da altri medici ed infermiere ugandesi. A fianco dell’ospedale c’è poi una cooperativa artigianale, dove vengono prodotte e vendute stoffe, collane, rosari e cartoline alcune anche artistiche. Sono tutti lavori che vengono prodotti dai malati e messi in vendita cosi possono anche avere un guadagno per la loro sussistenza.Larem poi mi ha portato a visitare un villaggio costituito da capanne di mattoni con il tetto di paglia dove ha installato una pompa per l’acqua potabile, che è la prima necessità per la salute e la vita degli abitanti, altrimenti costretti a bere acqua contaminata da germi ed inquinata.
Attorno al villaggio alcuni appezzamenti di terra coltivati a granoturco e a fagioli, qualche chioccia con seguito di pulcini. Gli abitanti ci hanno accolto festosamente, stavano cenando all’aperto essendosi schiarito il cielo nel pomeriggio dopo un forte temporale, il loro piatto era di fagioli e manioca, non hanno ancora l’energia elettrica e la loro vita è ridotta all’essenziale. Quello che mi ha stupito oltre il carattere ospitale ed essere accolto con il sorriso di tutti e con una grande educazione dei ragazzi che vengono a salutarmi stringendomi la mano ed inchinandosi, cosa che tra noi in Italia non esiste, è stata l’assenza di qualsiasi rifiuto, sia di plastica che di carta. Larem ha lasciato degli scellini in carità, ricambiato di quattro uova e di due scope di saggina per pulire la mia casa. Sono poi rimasto veramente perplesso nell’apprendere come manchi un’anagrafe comunale, per cui gli unici dati certi sulla data e luogo di nascita ciascuno li può ricercare se cristiano nell’atto di battesimo conservato negli archivi delle varie parrocchie. Ci sono però i registri delle vaccinazioni antipolio, antitetanica, antimorbillo, antiepatiti dell’ospedale di Lacor, e dei suoi dispensari presenti nel territorio, dove le mamme portano spontaneamente i loro bambini a praticare le vaccinazioni, che hanno determinato una drastica caduta della mortalità infantile.La mattina successive Larem mi ha portato alla Messa delle sette che celebra il mercoledì e venerdì nella Chiesa del grande College S. Joseph, fondato dai Comboniani ed ora gestito dallo stato, la scuola secondaria corrispondente al nostro liceo, da cui si accede all’università, che ospita circa milleduecento studenti. Ebbene la Chiesa era tutta piena, c’era un grande silenzio e raccoglimento, mi ha veramente colpito la partecipazione ai numerosi canti ritmati da tamburi ed altri strumenti a percussione a corda che accompagnavano i momenti salienti della Messa. Sono stato rapito dalla loro fede cosi genuina, convinta e spontanea, dalla partecipazione attiva ed attenta, nessuno si distraeva in chiacchiere come capita di vedere frequentemente da noi e tutti cantavano a voce alta dando un senso di coralità e di unità e di festa con la musica ritmata dei tamburi che non si può trovare nelle nostre messe domenicali dove la gente non conosce la puntualità e sta con l’orologio in mano per vedere quando termina.
Così ho ringraziato il Signore del dono di questa testimonianza di fede che mi ha riempito il cuore di speranza per un mondo nuovo che è affidato a questi volenterosi bravi giovani, non ancora bruciati dalla società dei consumi. Si capisce che sono consapevoli del sacrificio dei loro genitori per pagare la retta del college: circa trecentomila scellini (100 euro) ogni tre mesi, per i poveri e meritevoli vi sono inoltre molte facilitazioni, dall’esonero per ottimi risultati scolastici e dall’altissima percentuale di promozione pur essendo una scuola selettiva.Al pomeriggio Larem mi ha condotto a fare degli acquisti a Gulu, i commercianti con negozi che hanno i prezzi più bassi sono tutti giovani indiani, richiamati qui da Museveni, quando il precedente presidente Obote aveva allontanato e confiscato tutte le attività commerciali degli indiani facendo precipitare il paese nella miseria e crisi economica più nera venendo a mancare anche tutti i generi di prima necessità. Questi giovani indiani gestiscono supermercati e negozi di elettronica, con prezzi veramente concorrenziali. I locali invece gestiscono il mercato tradizionale di Gulu, molto primitivo costituito da un’interminabile serie di baracche di legno e altri numerosi mercatini diffusi come dicevo prima ovunque. La popolazione ugandese salvo eccezione è priva di spirito imprenditoriale. E questo fa si che la telefonia, l’informatica, e altri importanti moderni sevizi pubblici siano gestiti da stranieri, per lo più società straniere. Il Sudafrica è penetrato nei mercati di quasi tutti paesi africani, con i prodotti di tutto il mondo. Ormai in un negozio a Kampala puoi trovare in vendita il Barolo come il Parmigiano Reggiano. Larem ha fatto scorte alimentari e di acqua nei contenitori blu che poi vanno applicati ai distributori refrigeranti diffusi un pò ovunque, perchè l’acqua eccetto quella estratta dai pozzi non è potabile.
Questa mattina fratel Elio, un “brother” molto popolare tra la popolazione, perché è qui da tanti anni ed è amico di tutti e tutti lo conoscono e lo salutano calorosamente, mi ha accompagnato all’ospedale di Lacor che conta circa 450 posti letto oltre l’ospitalità ai parenti. E’ stato istituito dai coniugi Corti entrambi medici recentemente scomparsi nei lontani anni sessanta con donazioni di Onlus e di numerosi benefattori, dedicando tutta la loro vita allo sviluppo di questo grande ed unico Ospedale che serve l’immenso territorio del nord Uganda. L’ospedale fa pagare una minima retta giornaliera, riesce faticosamente a pagare il personale che qui ha trovato lavoro e fonte di relativo benessere. Il governo partecipa con un modesto contributo. Ho visitato un ospedale proprio da terzo mondo edificato di recente ma con sovrastrutture ormai vecchie di anni, con grandi camerate e file interminabili di letti di ferro con un semplice materasso e una coperta, all’esterno delle camerate vi è un portico dove i parenti stazionano per cucinare, assistere il loro congiunto ricoverato, lavarlo e dargli da mangiare, mancando le risorse per una mensa ospedaliera. Ho visto poche infermiere ed invece numerosi medici.Ho visitato il reparto di medicina e chirurgia, dove mi ha impressionato un pescatore amputato di coscia destra e dei muscoli della gamba sinistra da morsi di coccodrillo che aveva attaccato la sua piccola barca nel Nilo, e mi ha sorpreso la sua soddisfazione nel mostrarmi i progressi nei movimenti di flessione ed estensione dell’unico arto menomato. La diagnostica è costituita dalla radiologia tradizionale e da due ecografi ormai obsoleti, uno portatile di circa venti anni fa oltre che da un laboratorio per gli esami di routine e da un altro laboratorio di microbiologia e sierologia, essendo l’Aids e la Tbc le malattie più diffuse oltre naturalmente la malaria. Non c’è la Tac, ma se serve per scoprire una neoplasia al cervello il paziente muore ugualmente magari soffrendo ancora di più per il nostro accanimento terapeutico, mentre qui la diagnosi è clinica forse tardiva ma comunque non cambia la sorte del paziente. La traumatologia non esiste se non come reparto chirurgico, mancano gli ortopedici. I pazienti con fratture vengono per lo più trattati solo con trazioni ed immobilità con conseguenti ulcere da decubito, non esistendo qui materassini antidecubito. Fa eccezione per pulizia e servizi più moderni la recente pediatria, che oltre ai bambini ospita anche le mamme, dove vi è un reparto per bambini affetti da linfoma di Burkit abbastanza frequente, che guarisce con chemioterapia, ma lascia gravi deformazioni. Vi ho trovato una specializzanda italiana che mi ha raccontato della sua esperienza e mi ha assicurato del discreto livello di preparazione dei suoi colleghi ugandesi.
La preparazione medico scientifica è sufficientemente adeguata ai protocolli diagnostici e piani terapeutici internazionali dell’OMS per le varie patologie in atto nel paese, ma si scontra con la scarsa disponibilità della diagnostica di laboratorio, microbiologia e radiologica e dei farmaci recenti molto costosi, che sono poi a carico dei pazienti stessi. Non funziona il reparto di radioterapia non essendoci alcun medico con la specialità di radioterapia che abbia l’autorizzazione per poterlo gestire.Ho avuto una grande sofferenza nel vedere i poveri, essere curati veramente da poveri, e mi e’ parso di vedere in loro Gesù Cristo sofferente in Croce e mi sono anche commosso. Mi sono anche chiesto il perchè (e me lo chiedo spesso) della sofferenza degli innocenti che si accanisce su questi acholi, e pur rimanendo un mistero, non ho trovando nessuna risposta umana convincente, la risposta l’ho trovata unicamente nel Vangelo delle Beatitudini: “Beati voi poveri, perchè vostro è il Regno di Dio. Beati voi che ora avete fame perchè sarete saziati. Beati voi che ora piangete perchè riderete… Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perchè ecco la vostra ricompensa è grande nei Cieli.” Il che comunque non ci esonera dalla solidarietà e aiuto concreto che noi cristiani e non cristiani soprattutto dobbiamo ai poveri. Inoltre considero la sofferenza dell’innocente sempre come un mistero, ma connesso intimamente al completamento del sacrificio della Croce di Gesù Cristo per la salvezza di tutta l’umanità, nel mistero dell’ economia divina della infinita misericordia di Dio, nella prospettiva del giudizio di Dio della ricompensa eterna per i giusti in Paradiso e delle pene eterne dell’Inferno per i dannati. Si potrebbe anche obiettare che la causa della fame e delle malattie come delle guerre, epidemie e siccità sono causa dell’uomo stesso diretta e indiretta. Inutile nascondere la politica delle nazioni occidentali che sfruttano e violentano le nazioni dell’Africa ricche di risorse, e la corruzione dei governi locali dove i dittatori (anche se ci sono elezioni farsa) si arricchiscono con gli aiuti internazionali mantenendo la popolazione in povertà, ritenendosi padroni della loro nazione.
Anche qui ci scontra con un altro grande mistero della libertà che Dio ha concesso e concede all’uomo di compiere il male come il bene, sapendo comunque che esiste un tribunale di Dio dove si verrà giudicati unicamente sul criterio di aver dato da mangiare, vestire, e curare Cristo presente nei bisognosi. Per ora la zizzania cresce con il grano buono ed il Signore non permette che venga strappata altrimenti sarebbe strappato anche il grano buono. Tutto viene rimandato alla mietitura quando la zizzania sarà bruciata e il grano buono riposto nel granaio: sarà il rendiconto finale del Giudizio di Dio che renderà giustizia agli uomini secondo le loro opere, lo esige la ragione della giustizia umana e divina.Mentre visitavo i vari reparti non ho sentito lamentarsi o gridare nessuno e tutti mi sono parsi sereni e rassegnati, taciturni, soprattutto umili. Nessuno avanza pretese e proteste come avviene comunemente nei nostri ospedali dove scorre facile la denuncia magari solo per la morte naturale o evoluzione naturale della malattia del proprio congiunto per cui la medicina nulla può fare di più, dimenticando che la salute è un dono di Dio e non un diritto dell’uomo garantito dalla scienza medica.
Nei nostri paesi evoluti si è enfatizzato il potere della medicina attraverso il progresso tecnologico soprattutto con un’informazione sbagliata dei nostri media tanto da far credere alla gente alla sua onnipotenza. Da questo si è giunti poi al rifiuto della morte e alla sua censura, al diritto-potere dell’uomo sulla propria vita, che non gli appartiene, ne’appartiene ai medici, conseguenza dell’ateismo e del relativismo auto referente delle coscienze dominante nella nostra società così evoluta. Fatico a comprendere come il razionalismo escluda categoricamente le ragioni della fede e la reale storica incarnazione, morte e resurrezione di Cristo scritta da diversi testimoni nei Vangeli in tempi molti ravvicinati all’Ascensione di Cristo, agli episodi della vita di Cristo descritti nei Vangeli e tutti concordanti tra loro, oltre che le profezie dell’Antico Testamento concordanti anch’esse con precisione con la vita di Cristo, pare così che sia un dogma di fede il ritenere che non è possibile credere, senza alcuna ragione e razionalità. Il razionalismo cade, per lapsus senza rendersene conto, o in mala fede in un dogmatismo più grave di quello che vuole denunciare nella fede cattolica, negandone le fondamenta storiche e quindi le ragioni umane del Credo. Basterebbe leggere “La vita di Cristo” di Ratzinger dove è descritta la vita di Cristo come storicamente si è svolta basandosi sulla storicità dei Vangeli, e sulle precise profezie dell’Antico Testamento e su altre fonti. E’ ammirabile come Ratzinger cerchi di aiutare in tutti i modi nei suoi numerosi scritti e interventi pubblici l’umanità che ha perso la fede restituendole le ragioni umane e razionali del credere cristiano. Riuscirà a penetrare la fede nel relativismo soggettivo auto referente delle coscienze della nostra società?Nell’appartamento dei comboniani all’ospedale di Lacor ho trovato un vecchio “Father” con artrite reumatoide che curava da tre anni con pomate di diclofenac (Voltaren): gli ho prescritto la cura secondo il protocollo terapeutico che prevede l’impiego di methotrexate, folina, o plaquenil, più basse dosi di cortisone, mi ha ringraziato calorosamente. Poi ho incontrato Suor Luisa per portare i saluti di Mariuccia sua cara amica, mamma di Alma e di Stefano che era volontario Avsi a Kitgum per vari proggetti agricoli diversi anni fa e collaborava appunto con i missionari Comboniani. Anche qui nella missione di Laybi seguo un anziano “Father” affetto da una grave forma di depressione, pianificando la terapia a colazione e cena, e con Larem abbiamo organizzato poi l’assistenza per le sue necessità.
Al pomeriggio della quarta giornata del mio soggiorno dopo la S.Messa per gli studenti delle scuole professionali, Padre Larem ha battezzato e dato la Cresima a una catecumena, che si era preparata a quei sacramenti da due anni. Tutto si è svolto in semplicità e con intensa commozione. Al termine abbiamo fatto anche delle fotografie ricordo. Ho riflettuto che questa popolazione ugandese è molto mite ed aperta a ricevere il messaggio evangelico insieme alla cultura e promozione umana della persona, non avendo alcun pregiudizio di altre religioni o credenze, ma una cultura primordiale con principi etici umani, o ostacoli presenti nelle nostre nazioni europee causati dal razionalismo ateo. Fortunatamente sia i maestri che i professori sono cattolici e pertanto non propagano ideologie marxiste ed atee contro la fede come per la maggioranza nelle nostre scuole statali.Questi acholi sono doppiamente fortunati, perchè oltre la fede ricevono anche una cultura che permette loro la promozione della propria persona, permette il recupero della loro identità acholi che negli ultimi anni stava affievolendosi soprattutto nei giovani avendo il governo proibito l’insegnamento della lingua nelle scuole poi recentemente abolito eleggendo come lingua nazionale l’inglese e non fornisce assistenza ma sussidiarietà cioè da gli strumenti per poter lavorare e soddisfare i bisogni primari soprattutto incentivando le colture agricole e creando pozzi per l’acqua potabile, anche se mantengono un animo semplice, direi quasi ingenuo e privo di iniziativa personale, limitandosi a coltivare e allevare animali quanto basta per la loro sussistenza e non tanto per produrre e poter vendere poi i loro prodotti al mercato.Domenica alle otto grande Messa solenne cantata, celebrata nella grande chiesa al College S. Joseph, durata circa due ore per i numerosi canti.
Il tempo scorre veloce e quasi sembra partecipare non tanto ad una S.Messa quanto ad uno spettacolo di “Musical Sacro” una rappresentazione musicale della S.Messa che permette di seguirla con attenzione e partecipazione anche se non si comprende la lingua. Trasmette come dicevo prima una grande gioia di essere cristiani e ci rende tutti uniti come figli di un unico Padre per la corale partecipazione. Cosi si percepisce visivamente e musicalmente che la S.Messa domenicale con la partecipazione al rito di tutti gli abitanti cristiani dei villaggi, è la vera festa domenicale dell’essere cristiani e permette realmente a questo popolo di santificare la festa come recita il terzo comandamento. Mi sfugge come da noi invece la S.Messa domenicale generalmente, salvo non rare eccezioni, sia sentita più come un dovere o un precetto da soddisfare, che una grande festa come qui cui segue poi un piacevole intrattenimento tra i partecipanti, nessuno arriva in ritardo e nessuno ha premura di andarsene. Così oltre che momento di rendimento di grazie al Signore, la S.Messa domenicale diventa anche momento di mantenere rapporti amichevoli tra tutti gli acholi dei diversi villaggi non sempre in buoni rapporti tra di loro.Siamo poi andati a celebrare un’altra S.Messa domenicale in una chiesetta di un piccolo villaggio, anche questa ripiena di gente, durante la quale Larem ha battezzato tre bambini: un Sacro Rito ma reso folcloristico e musicale da gioiosi canti accompagnati da vari strumenti a corda e a percussione come al College, con intensa partecipazione di tutti i presenti. Poi Larem ha voluto farmi la sorpresa di pranzare in un villaggio dentro una capanna dove è stato preparato un pranzo eccellente a base di polenta di miglio, che costituisce il loro pane, riso, pollo in umido e verdure varie. Le capanne sono veramente ben costruite, non permettono infiltrazioni di acqua, di giorno assorbono il calore che rilasciano poi nella notte quando la temperatura scende per l’elevata escursione termica. Sembrano primitive ma sono molto confortevoli, anche se gli acholi sono abituati a dormire su una semplice stuoia, soprattutto vi regna una grande pulizia sia dentro che nel piazzale esterno. Il capo villaggio ha ringraziato Larem del pozzo per l’acqua potabile che ha donato loro il mese scorso tramite donazioni rendendolo accessibile a numerosi piccoli villaggi circostanti che ne erano privi, ha detto che questo grande avvenimento per loro è un dono di Dio che permette un notevole miglioramento del livello di benessere e la fine di piccole rivalità tra villaggi. Permette di unire e riavvicinare i villaggi tra loro, facilitando gli scambi e i rapporti incontrandosi necessariamente tutti, tutti i giorni per il rifornimento che avviene con grosse taniche trasportate dalle donne sulla testa, con vere doti di equilibriste. Ho fatto parecchie foto per documentare tutto quanto così brevemente descritto.
Quello che mi ha stupito è che anche i poveri che abitano queste capanne anche prima di avere il pozzo di acqua potabile, possiedono il telefonino, monopolio di Orange, naturalmente con sim card a bassissimo costo, altrimenti non avrebbe la diffusione che ha, che trasmette in 3G, permettendo anche con la chiavetta applicata al computer la connessione ad internet, ed il segnale è buono ovunque. E’ certamente un notevole progresso tecnologico per il paese, ma credo che vi siano molte altre priorità che il cellulare, come la carente assistenza sanitaria la mancanza di acqua potabile e la rete stradale quasi tutta in terra battuta piena di grosse buche per le frequenti piogge, ho notato però che questa terra rossa quando asciutta non rilascia polvere. Io stesso ho acquistato una sim card e con tre euro ho parlato quasi tutti i giorni per quindici giorni con le mie figlie. Le donne acholi del villaggio avevano poi preparato uno spettacolo di balli e danze ritmate da musiche con strumenti a percussione e a corda, credo che il ballo e la danza ed il ritmo musicale siano per loro delle qualità innate, quasi direi di carattere genetico, che vengono già praticate nell’infanzia. Esprimono comunque la gioia della vita che supera tutte le povertà, le sofferenze, le miserie e disgrazie del loro mondo. E’ come una rivincita della loro natura su un destino avverso, che li ha privati della “nostra civilizzazione”, e dona loro momenti di autentica felicità e di esperienza comunitaria, contro l’infelicità e solitudine in cui ci ha abbandonato il nostro benessere.Lunedì grande safari al “Murchison Falls Paraa National Park” accompagnato dai soliti due “brother” Lawrence e Charles, veramente bravi e pazienti. Partenza alle cinque per arrivare alle sette nel parco e vedere cosi il maggior numero di animali selvatici per circa settanta km di strada sterrata che si inoltre nella savana senza soste, ed ecco apparire gazzelle, antilopi, scimmie, cinghiali, rinoceronti, bufali, leoni, elefanti, che fatico ad inseguire con scatti a ripetizione con il tele della mia Nikon. Uno spettacolo notevole è quello degli ippopotami immersi in numerosi branchi nelle rive del Nilo, emergono solo il naso e gli occhi oltre il dorso che offre nutrimento prelibato per numerose varietà di volatili, che vi sostano anche delle ore, creando delle immagini buffe di piccoli volatili sul dorso di enormi ippopotami. Alle due dopo un frugale pranzo ci ha sorpreso un brutto temporale, che tanto rapidamente è venuto tanto rapidamente si è sciolto. Abbiamo attraversato il Nilo sul “ferryboat” per raggiungere a sud le cascate del Nilo in compagnia di numerosi gruppi di turisti americani, all’arrivo alle cascate sciami di mosche tse-tse si sono avventate sulla Land Rover scambiandola per un bufalo. Incamminati in un ripido sentiero abbiamo potuto vedere come da un balcone sospeso nel vuoto un fiume immenso che si riversa in una stretta gola larga circa una ventina di metri per novecento di dislivello provocando vortici di acqua e schiuma altissimi tanto da bagnare anche noi, assordanti e spettacolari quasi come fuochi d’artificio fantasmagorici per poi proseguire sempre meno vorticosamente e pacificamente nel Nilo azzurro.
Al ritorno abbiamo avuto l’avventura di un branco di elefanti che occupavano la strada, per cui pazientemente abbiamo atteso, mentre scattavo numerose istantanee, che la liberassero, sono pachidermi innocui se non molestati. Durante i lunghi trasferimenti ho sempre pregato senza intermissione la preghiera del cuore di Nostro Signore, richiamandomi sempre agli insegnamenti dello staretz Silvano che conducono alla contemplazione del Dio vivente. Siamo arrivati alle venti dopo circa dodici ore di auto, ma ne è valsa la pena di vivere quest’esperienza di essere immersi in quest’oasi di natura selvaggia e ad assistere a spettacoli come le cascate del Nilo, veramente le bellezze del creato cantano la Gloria di Dio. Non ho fatto fatica ad addormentarmi ed ho ringraziato il Signore ed Alma della bellissima giornata che mi ha donato nel IX mese dalla sua partenza per il Paradiso il 25 ottobre dello scorso anno a Sharm El Sheikh.Martedì vigilia della partenza per Kampala, sto riflettendo sui doni di questa vacanza che è trascorsa velocemente, tra Messe, canti, preghiere e meditazioni ed esperienze di vita vissuta con gli acholi, gente dolce e mite e buona, almeno quella che ho conosciuto e con la quale ho scambiato poche parole per la mia scarsa conoscenza d’inglese. Ho conosciuto poi altri padri missionari che hanno dato e danno la loro vita per questo popolo, tutti contenti e con il cuore d’oro. Senza accorgermene la vacanza va terminando con un soggiorno breve a kampala. Avrei molte altre cose da raccontare, ma le riservo a un successivo approfondimento.Tutte queste straordinarie esperienze le ho riportate poi nell’intensa preghiera di ringraziamento davanti al Signore, così vicino nella cappella adiacente. A Lui il creato rende onore e gloria, mentre a noi gioia, stupore e rendimento di grazie. Vorrei concludere che nello spirito di Sivanno del Monte Athos, qui a Laybi non ho avuto la visione diretta di Dio, ma ho visto il suo Regno, il Regno di Dio che abita nei cuori di questi acholi e dei missionari Comboniani.
Ringrazio di cuore il Signore per aver suscitato tante sante vocazioni di missionari “Father”, “Brother” e “Suore” che hanno dato la loro vita all’Africa da più di centocinquanta anni. Daniele Comboni fondò l’ordine missionario omonimo e lui stesso iniziò per primo la missione nell’Africa nera, con frutti di conversioni, evangelizzazione e promozione umana evidenti e diffusi oggi più che mai, con tanta speranza di un nuovo mondo che sta germogliando nella fede genuina e vissuta di tanta popolazione africana.Lascio la missione di Gulu con nostalgia, ed anche, la porterò nel mio cuore sempre per la grande amicizia di Padre Larem, che ringrazio per la grande ospitalità, e spero di ritornarci, nonostante la mia Africa e la mia missione sia Laveno Mombello, dove continuerò a lavorare sino a quando il Signore vorrà. Claudio Pasquali
Se qualche lettore intende aiutare la popolazione acholi con contributi per costruzioni di pozzi di acqua potabile ed edificazioni di piccole Chiese ed altre attività si può rivolgere direttamente a Padre Larem, Giuseppe ClericiEmail: clericigiuseppe@yahoo.it
sabato 6 febbraio 2010
giovedì 23 aprile 2009
SE LA TERRA TREMA
"SE LA TERRA TREMA" In un libro la nascita della protezione civile in Italia In questo numero diamo più spazio al terremoto, con un ricordo per chi non c'è più. "Non è il terremoto che fa vittime, sono gli edifici che l'uomo ha costruito che crollano a causa delle scosse": sono parole di Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, da me intervistato durante la stesura del libro "Se la terra trema", edizioni Il Sole 24 Ore. E ribadiva: "Sono gli edifici costruiti male che uccidono, non i terremoti, quindi costruiamo bene gli edifici". Il massimo vulcanologo italiano, che abbiamo visto molte volte in televisione a commentare il terribile terremoto dell'Abruzzo, diceva una verità incontrovertibile, ma disattesa dai più. A una domanda che gli feci a bruciapelo nella vasta e tecnologicamente attrezzata sede dell'Istituto, "Dove è previsto il prossimo terremoto?", rispose con sicurezza: "...sarà lungo l'Appennino, fra la Liguria e la Calabria, dall'Abruzzo in giù potrebbe essere molto forte, di magnitudo attorno a sette come quello dell'Irpinia...". Un terremoto annunciato, quindi: era il 2006 e il libro usciva a trent'anni dal terremoto del Friuli (6 maggio 1976, un migliaio di vittime) e a ventisei anni dal terremoto dell'Irpinia (23 novembre 1980, 2.735 morti). Il lettore mi scusi se per una volta parlo in prima anziché in terza persona, ma i giorni che stiamo vivendo mi fanno riandare con il pensiero ai tanti incontri avuti in quella occasione e alle tante verità dette dai miei interlocutori, verità che tornano a galla oggi, sopìte per anni. Negli ultimi sei secoli l'Italia ha conosciuto oltre quattrocentotrenta terremoti di una certa gravità, cioè uno ogni quattordici mesi. Siamo un Paese a rischio sismico, ma come già allora mi avevano detto tutti gli esperti, si può indicare "dove" si manifesterà un giorno o l'altro un terremoto, non si può prevedere "quando". Il Friuli e l'Irpinia, grazie alla tenacia del varesino Giuseppe Zamberletti, più volte commissario, sottosegretario e ministro alla protezione civile, hanno permesso al nostro Paese di avere una moderna e capillare rete di protezione civile, considerata fra le migliori del mondo. Ma, come aveva ricordato Zamberletti, non furono i due terremoti vicini nel tempo a convincere i politici della necessità di dare vita a un sistema nuovo: "Il fattore determinante che portò alla costituzione del Dipartimento della Protezione civile presso la Presidenza del Consiglio fu la tragedia di Vermicino del giugno 1981. Coinvolse una sola persona, un bambino di otto anni caduto in un pozzo artesiano, ma questo evento, purtroppo conclusosi in tragedia, mobilitò l'attenzione dell'intero Paese". E nacque la Protezione civile, con prima sede in via Ulpiano a Roma, dove ancora lavora molto bene il sottosegretario Guido Bertolaso con il suo avanzatissimo staff. Anche Bertolaso fu prodigo di consigli che sembravano scontati ma non lo erano, alla luce dei fatti odierni: previsione, prevenzione e solo in ultimo protezione civile. Sul problema sollevato da molti circa l'assenza di un esercito regolare in Italia, che in Friuli e in Irpinia aveva costituito un impianto efficace di primo intervento, aveva dichiarato: "Non servono cinquantamila soldati, che non sanno come spostare le macerie o altro, servono cinquemila esperti che sappiano fare il lavoro dei cinquantamila". Ci fermiamo qui, anche se le previsioni dei nostri interlocutori furono tante e preziose e ci piacerebbe ricordarle tutte. Ricordo solo alcune persone e la loro disponibilità a ricevermi e a darmi tutte le informazioni di cui erano in possesso: Francesco Cossiga, Giuseppe Zamberletti, Guido Bertolaso, Enzo Boschi, Elvezio Galanti, Lorenzo Alessandrini. E poi i protagonisti del Friuli: Ivano Benvenuti, sindaco di Gemona, Antonio Martini, Gianfranco Moretton, Vittorio Meloni. E i protagonisti della Campania e della Basilicata: Rosanna Repole, sindaco di Sant'Angelo dei Lombardi, Rosa D'Amelio, sindaco di Lioni, Mario Sena, Umberto Siola... L'esperienza dolorosa da loro vissuta sul campo è stata preziosa per chi è venuto dopo? I dubbi restano, soprattutto quando si vedono le costruzioni fatte con la sabbia anziché con i criteri antisismici. Non vogliamo più piangere morti inutilmentedi: Alma Pizzi
giovedì 17 luglio 2008
Englaro: riflessione di un medico

Trovandomi spesso non nella situazione della Englaro, ma nelle situazioni di malati cronici gravi, dementi, neoplastici e terminali, la mia prima esperienza di medico è di essere chiamato ad amare, a condividere, a curare per alleviare le sofferenze nel massimo rispetto della vita qualsiasi essa sia vegetativa, semi vegetativa, coma vigile, stato di incoscienza. E come cristiano essere chiamato a servire l'ammalato nella speranza della guarigione. A chi crede la malattia chiede la dedizione di sè totale e l'amore per l'ammalato. In qualsiasi situazione si trovi va preservata la vita sino all'ultimo respiro, va servita la vita come si serve Dio, considerato che prima di tutto esiste un'anima in comunione con Dio, che vive nel corpo vegetativo. Sopprimerlo è come per l'aborto è lo stesso omicidio. E quest'anima è vivente, anche s enon si esprime. Non dimentichiamo il nostro essere cristiani nel curare gli ammalati. L'anima vive in un corpo vegetativo e rende gloria a Dio come l'ultimo che sappiamo divenire il primo a compimento del mistero della sofferenza del Cristo che si completa e realizza nella Chiesa sino ad oggi. Non possiamo permetterci di andare contro la volontà di Dio. Dio è vita eterna ed infinita che ha vinto la morte. E' un peccato gravissimo contro noi stessi, sopprimere una persona in qualsiasi stato di malattia si trovi. L'anima di Englaro ci rende salvi in virtù della sua sofferenza inconscia o conscia non lo sappiamo perché è insondabile il rapporto tra coscienza ed anima. Tra spirito e corpo. Allora mi viene spontaneo ringraziare Dio del dono di Englaro, come dei mie malati di tutti i giorni: Luigi demente, Marta schizofrenica, Alberta affetta da encefalite da virus della mucca pazza. Da Marcello una vita su una sedia a rotelle paraplegico. Tutti nella comunione dei santi della Chiesa corpo mistico che ci rende una cosa sola con Cristo Gesù, che ci ha riscattati dalla morte con la sua morte in croce per la vita eterna.
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